21 Novembre 2018
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PAOLO VI, il papa del dialogo

30-10-2018 10:26 - Riflessioni di Don Antonio
Nel decreto di erezione della Caritas Italiana, emanato dal Presidente della C.E.I. Card. Poma il 2 luglio 1971, si legge che la costituzione del nuovo organo ecclesiale avviene “avendo ben presenti le direttive conciliari ed il coerente magistero Pontificio”. È ben più di un’affermazione di circostanza, di un formale ossequio al Santo Padre. La semplice brevità dell’inciso coglie la sostanza delle cose, il senso di che cosa la Caritas doveva essere - e nei fatti è stata - per la Chiesa italiana: un frutto maturo del Concilio, probabilmente il più visibile e incisivo nella compagine ecclesiale, la traduzione pastorale motivata e concreta di un modo di intendere il rapporto Chiesa/mondo, in base alla coerenza evangelica delle comunità cristiane e di ciascun credente. Tutto questo in consonanza con la visione ecclesiale di Colui che in quel momento sedeva sulla cattedra di Pietro.
Tenteremo di percorrere alcuni tratti salienti della vita e della missione di Giovanni Battista Montini prima del suo pontificato, e poi del suo magistero papale, quasi alla ricerca di un filo rosso che leghi la nascita e lo sviluppo della Caritas in Italia a una storia di cui è utile fare memoria, anche in prospettiva dell’oggi che ci è dato di vivere.
Giovanni Battista Montini nato a Concesio (Brescia) il 26 settembre 1987, ordinato prete nel 1920 viene chiamato presso la Segreteria di Stato nel ’23. Vi svolgerà per oltre trent’anni il suo servizio, iniziando come “minutante” fino a diventare il “Sostituto” (il numero tre della gerarchia ecclesiastica). Nel 1924 è nominato assistente del circolo romano della FUCI (l’organizzazione degli studenti universitari cattolici) e l’anno dopo ne diventa assistente nazionale. Lo sarà fino al ’33, quando dovrà lasciare sotto l’accusa di vicinanza dei suoi giovani alle idee del Partito popolare, e quindi di antifascismo. Al di là degli incarichi formali, non cesserà mai di essere un educatore di coscienze cristiane attraverso una autentica “carità intellettuale”. Con particolare attenzione a non separare l’impegno religioso da quello civile, attraverso numerosi contatti, incontri, viaggi in molte città italiane e un’intensa attività editoriale: riviste come Studium e Azione Fucina e in particolare la divulgazione delle opere del filosofo cattolico francese Jacques Maritain. Ne organizza la traduzione in italiano dei testi più importanti, in alcuni casi provvede in prima persona. Sarà soprattutto grazie alle idee del pensatore francese e a tutto un lavoro di riflessione intellettuale sull’assetto dello stato democratico - a partire dalla dignità costitutiva della persona umana - che una generazione di giovani cattolici si preparerà a giocare un ruolo fondamentale nella formulazione della Carta Costituzionale e nella ricostruzione morale e civile del paese dopo le tremende prove della dittatura e della guerra. Non a caso si è parlato di “resistenza culturale” che coinvolse uomini destinati a giocare ruoli di primo piano nell’Italia repubblicana; due nomi tra tutti: Aldo Moro e Giorgio La Pira. È stato scritto che “è determinante la comprensione in profondità della forza ispiratrice del Sostituto Montini in tutta una fase di ricostruzione civile e democratica del paese, e di rinnovamento ecclesiale”.
Quando don Battista (così lo chiamavano i giovani fucini) divenuto Paolo VI si rivolgerà alle Caritas diocesane nel loro primo Convegno nazionale, non mancherà di ricordare la necessità di “stimolare gli interventi delle pubbliche autorità e un’adeguata legislazione”. Ma su quel memorabile intervento torneremo più avanti.
Dopo i lunghi anni romani, Mons. Montini divenne Arcivescovo di Milano il 6 gennaio 1955. Si è parlato di “esilio”, per la distanza di buona parte della Curia romana dalla sua visione ecclesiale e anche dal modo di relazionarsi con la politica italiana. Ma La Pira (il sindaco di Firenze di cui è in corso la causa di beatificazione) “profetizzò” che il trasferimento milanese fosse una preparazione al papato. Gli anni nella metropoli lombarda videro Montini spendersi per tradurre in progetti pastorali concreti, a partire dalla dimensione parrocchiale, la sua visione di Chiesa. Con una particolare attenzione al mondo del lavoro e ai quartieri più poveri, in tempi di forti migrazioni interne dal Sud al Nord del paese, sempre privilegiando la priorità dell’annuncio evangelico a partire dalla percezione dell’esistenza di una “Milano pagana”. Per scuotere le “coscienze assopite e addormentate” organizzò una Missione cittadina in cui coinvolse il fior fiore dell’intelligenza cattolica, chiamando a predicare personalità guardate con sospetto in molti ambienti ecclesiastici: Turoldo, Balducci, Mazzolari.
E siamo al giugno del ’63: elezione di Montini alla cattedra di Pietro, a Concilio in corso. Sceglie un nome inconsueto, come già il suo predecessore, indizio della volontà di riportare il Vangelo al centro, appellandosi ai due primi grandi artefici della sua diffusione: Giovanni, il teologo del Verbo incarnato, per Roncalli; Paolo, l’apostolo delle genti e quindi dei pagani, per Montini. L’ottimismo lungimirante con cui Roncalli ha aperto il Vaticano II trovano continuità nella tenace, lucida e spirituale intelligenza di Montini. Il Concilio, aperto da un papa che dichiarava il suo dissenso dai “profeti di sventura”, è portato a termine da un altro papa che dichiara “simpatia immensa” verso il mondo contemporaneo, che egli si propone di incontrare attualizzando “l’antica storia del samaritano”.
Proprio nel corso del Concilio, Paolo VI pubblica una delle sue più importanti encicliche: Ecclesiam Suam (1° luglio ‘64). Con tono non magisteriale ma intensamente personale, appassionato e confidenziale – potremmo dire “montiniano” – il papa indica per quali vie la Chiesa possa rimanere se stessa e anzi diventarlo sempre più: lo spirito di povertà, lo spirito di carità e l’atteggiamento del dialogo, parola inedita per il vocabolario ecclesiastico e assunta a mo’ di strategia per le relazioni Chiesa/mondo. Fu giustamente definita “l’enciclica del dialogo”, da praticare a cerchi concentrici: con tutta l’umanità, compresi i non credenti, gli atei; i non cristiani, tutte le grandi religioni dell’umanità; i cristiani non cattolici, dando impulso al cammino di ecumenismo già tracciato da Giovanni XXIII e divenuto quasi palpabile nell’abbraccio col patriarca di Costantinopoli Atenagora.
Ma c’è un altro gesto eloquente di un’idea di dialogo senza barriere né riserve, di una Chiesa si confronta alla pari con altri soggetti: la visita all’ONU, anche questa a Concilio in corso (4 ottobre ’65). Un discorso forte, un appello intenso alla pace, un’apertura di credito verso ogni popolo: no alla guerra, lotta contro la fame e la povertà, richiamo ai diritti e doveri umani fondamentali, alla necessità di principi spirituali per illuminare e animare le coscienze.
Sulla linea di questa strategia planetaria si colloca la Populorum Progessio (1967), enciclica sullo sviluppo dei popoli con cui il magistero sociale pontificio va oltre l’attenzione prevalente e quasi esclusiva ai problemi dalle società occidentali. Paolo VI fa memoria di due viaggi in America Latina e in Africa per porre le questioni decisive della giustizia e della pace. Sulla scia del Concilio (Gaudium et Spes n. 69) ricorda la necessità di un’equa distribuzione dei beni della terra a vantaggio di tutti gli abitanti della terra, “secondo la regola della giustizia, che è inseparabile dalla carità”. E quindi l’affermazione che “lo sviluppo è il nuovo nome della pace”. Tutto quello che negli anni a seguire è stato operato da molti soggetti - con la Caritas in prima fila - per la solidarietà internazionale e la cooperazione allo sviluppo, deve molto a quel fondamentale documento.
Altro lascito di papa Montini alla Chiesa e al mondo è l’istituzione della Giornata Mondiale della Pace il primo giorno dell’anno (a partire dal ‘68), che diviene occasiono di riflessioni, preghiere e impegni concreti per molte comunità, faro per il magistero di molti Vescovi, occasione di importanti percorsi di educativi per le giovani generazioni. Slogan come “Ogni uomo è mio fratello” restano indelebili nel cuore e nella coscienza di donne e uomini di ogni religione, razza e appartenenza ideale.
E torniamo alla Caritas Italiana, al fondamentale discorso con cui Paolo VI la “tiene a battesimo” il 27 settembre ‘72. Mons. Giovanni Nervo, autentico “padre fondatore” del nuovo organismo pastorale, ha raccontato più volte che quando la Segreteria di Stato gli chiese un parere su che cosa la Caritas si aspettava di sentirsi dire dal Papa, la sua risposta fu: “che il Santo Padre ci commenti lo statuto che la CEI ci ha dato”. Compito eseguito in maniera esemplare, la rilettura del testo indica un percorso ancora attualissimo e insieme, quasi in filigrana, tracce del percorso di vita di Montini: un insieme di pedagogia ecclesiale e di forte sensibilità storica e sociale. Limitiamoci a stralciare alcuni passaggi:
- accresciute esigenze della carità e dell’assistenza in Italia
- la società moderna è più sensibile alle applicazioni delle giustizia che all’esercizio della carità
- crescita del Popolo di Dio nello spirito del Concilio Vaticano II
- maggior presa di coscienza da parte di tutta la comunità cristiana delle proprie responsabilità nei confronti dei bisogni dei suoi membri
- sensibilizzazione delle Chiese locali e i singoli fedeli al senso e al dovere della carità in forme consone ai bisogni e ai tempi
- necessaria conoscenza dei bisogni e delle loro cause per un’efficace programmazione degli interventi
- apertura del cuore ai bisogni delle Nazioni meno favorite.
A questa pur sommaria memoria, non può mancare almeno un cenno a un altro fondamentale documento di Paolo VI: Evangelii Nuntiandi, esortazione apostolica del ‘75 su quella che era e resta la principale sfida per la Chiesa nel nostro tempo. Non è un caso che a quel testo faccia riferimento, fin dal titolo, l’Evangelii Gaudium, vale a dire il programma del pontificato di papa Francesco. E infatti il testo di papa Montini risulta il documento più citato nell’esortazione apostolica di papa Bergoglio.
Non potremmo trovare attestazione più chiara della profondità e dell’estrema attualità del magistero di Colui che la Chiesa ha proclamato Santo domenica 21 ottobre 2018.

Don Antonio Cecconi



Fonte: articolo per ItaliaCaritas / ottobre 2018

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