Alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina

Prima domenica di Avvento. L’anno della Chiesa comincia come era finito, oggi il Vangelo (Luca 21, 25-38.34-36) propone immagini di sconvolgimenti planetari – apocalittici – che sbrigativamente chiamiamo “fine del mondo”. I realtà Apocalisse vuol dire Rivelazione, Manifestazione. Di che cosa? Di dove va l’universo, del senso della storia, di quello che sarà il nostro futuro. Non il domani o il dopo-domani, ma quello a cui siamo destinati “a tempi lunghi”. Chiaramente in una visione di fede, il Dio della Bibbia non è solo quello che dà origine (Genesi) al mondo ma anche (e soprattutto!) Colui verso il quale la storia va. E questo avverrà con la seconda venuta di Gesù Cristo, non più soltanto Messia d’Israele, ma Signore della storia, colui che – dice San Paolo – ricapitola tutto in sé.

È riduttivo e al limite forviante fare dell’Avvento semplicemente il tempo di preparazione al Natale: quella è la prima venuta, il compimento dell’attesa dei profeti e di tutto Israele, Dio-con-noi perché noi impariamo a vivere con e per Lui, l’Uomo-Dio a niente estraneo della nostra condizione umana eccetto il peccato e soprattutto vincitore della morte e di tutto il male che c’è nel mondo. E noi viviamo tra la sua prima e la seconda venuta: della prima facciamo memoria nel Natale, la seconda la viviamo – la dovremmo vivere! – ogni giorno, e per questo preghiamo: venga il tuo Regno!

L’attesa la viviamo nel tempo, un tempo – come quasi ogni tempo – segnato da avvenimenti funesti, eventi catastrofici, diffusione di sentimenti e comportamenti negativi e ciò che padre Turoldo chiamava “scialo di morte”. Tutte cose comunicate a profusione dalla cronaca quotidiana dei giornali, dai bombardamenti mediatici e ultimamente dai social. I rivolgimenti astrali del Vangelo di oggi sono un modo di esprimere tutto questo in un'altra cultura. Oggi non occorre parlare di fine del mondo pensando al futuro, perché tanti segni sono già tra noi, a cominciare dalla devastazione del pianeta con acque sempre meno bevibili e aria sempre più irrespirabile, con migrazioni immani di gente che scappa dalla fame, dalle guerre, dall’oppressione.

Proprio in mezzo alla crisi per il credente è tempo di speranza: “Risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina!”.

Dio viene, Gesù Cristo ritorna e ciò che avverrà non dipende da noi, è sua suprema e assolutamente libera decisione. Però dipende da noi che la seconda venuta non sia evento di perdizione ma di salvezza, e la Parola di Dio ne detta le condizioni. Prima di tutto che “i cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita”: ci si può rovinare in tanti modi, ognuno di noi si può interrogare su quando e come può rendere la vita impossibile, disumana, negativa per sé e per gli altri... 

E poi, negli altri testi biblici della Liturgia di oggi, troviamo alcune altre preziose indicazioni su come attendere la liberazione. A cominciare dall’impegno per la giustizia , perché il Messia viene come “germoglio giusto, che eserciterà il giudizio e la giustizia sulla terra” (Geremia). In particolare il Signore è colui che “guida i poveri secondo giustizia, insegna ai poveri la sua via” (Salmo 24). Il termine GIUSTIZIA, che troppe volte usiamo pensando soltanto a doveri e diritti personali, a giudici accusatori e avvocati difensori, è per la Bibbia il disegno di Dio sull’intera umanità: vita buona per tutti i suoi figli, il necessario e il sufficiente assicurato a tutti, tutti i beni della creazione destinati a tutti gli abitanti del pianeta. E ciascuno trova il suo modo di “stare nel giusto” se comincia a fare quanto da lui dipende per un po’ più di giustizia, di diritti, di dignità, di vita vivibile soprattutto per quelli che restano sempre ultimi.

L’altra indicazione è quella di Paolo nella 1.a lettera ai Tessalonicesi: “crescere e sovrabbondare nell’amore tra noi e verso tutti”. È la CARITÀ autentica, non come sostitutivo della giustizia, ma ciò che la rende più umana e umanizzante, la motivazione profonda dell’impegno per una giustizia che non sia solo distribuzione di beni materiali e diritti formali, per una pace che non sia solo assenza di guerre. La carità/amore rende la giustizia bella, risplendente di quella luce che emanerà dal volto di Dio che attendiamo di “vedere faccia a faccia per divenire simili a lui”.

E il Bambino del presepe sarà l’inizio, il primo assaggio di quello splendore che alla seconda venuta sarà effuso su di noi.

Buon Avvento!

Fonte: Don Antonio Cecconi