TRA LA PRIMA E LA SECONDA VENUTA DI GESÙ: CHE FARE NEL FRATTEMPO? TRAMUTARE LE LANCE IN FALCI

Avvento, tempo di attesa. Non solo e non tanto del Natale (ormai già a metà novembre veniamo tempestati da luci, addobbi e proposte di acquisto) cioè della venuta di allora, la nascita di Gesù a Betlemme 2000 anni fa. Ma della seconda e definitiva venuta alla fine dei tempi, quando verrà il Regno di Dio, ogni cosa sarà sottomessa al Figlio e il Figlio si sottometterà al Padre affinché “Dio sarà tutto in tutti” (cfr. 1 Cor 15, 24-28). Non LA fine del mondo, ma la signoria di Dio su tutta la creazione e la storia, con ogni cosa creata che raggiunge IL suo fine.
La prima generazione cristiana sente tutto ciò come imminente, l’attesa di quei segni grandi e terribili che sono anche nel Vangelo di oggi (Matteo 24, 37-44) alimenta la vigilanza e quasi l’impazienza, chiede rettitudine morale: “gettiamo vie le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce” (cfr. Romani 13,11-14).
Quando, nel passaggio alla seconda e poi alla terza generazione cristiana, diventa chiaro che la seconda venuta non è imminente – e d’altra parte Gesù aveva detto “non sapete né il giorno né l’ora” – l’attesa si stempera e ci si organizza sul che fare nel “frattempo”.
È il rischio per la Chiesa di ogni tempo: ridurre o addirituura dimenticare il senso dell’attesa, vivere organizzando il qui e ora legandosi a progetti umani come se dovessero essere eterni, come se non dovessimo vivere ogni cosa come precaria e provvisoria, nell’attesa del “giorno del Signore”. L’attesa escatologica di “cieli nuovi e terra nuova”, se ben vissuta, non distoglie dall’impegno su questa terra, dall'occupazione per le cose di questo mondo, ma le orienta al Regno di Dio, chiede alle realizzazioni umane di confrontarsi col progetto di Dio sulla storia, relativizza e contesta tutto ciò che è conquista, potere, successo. La fede in Gesù Cristo, afferma il Concilio, “opera nel cuore degli uomini … non solo suscitando il desiderio del mondo futuro, ma anche ispirando, purificando e fortificando quei generosi propositi con i quali la famiglia degli uomini cerca di rendere più umana la propria vita e di sottomettere a questo fine tutta la terra” (GS 38).
Ecco che cosa fare nel frattempo, tra la prima e la seconda venuta: coltivare la terra con progetti di giustizia e di pace, come suggerisce oggi Isaia (2, 1-5) con l’immagine delle spade trasformate in aratri e delle lance che diventano falci: da arnesi per la guerra a strumenti per la vita, cioè benessere come ben-vivere in armonia tra le persone e con il reato, cibo per tutti, coltivazione di tutto ciò che è bello e buono.


Buon Avvento!

Don Antonio Cecconi