Riflessioni libere lungo la Rotta Balcanica

Riflessione del Presidente Provinciale delle Acli di pisa sulle iniziative relative alla situazione delle Rotta Balcanica

Cari lettori, 

​​condivido volentieri con voi alcune riflessioni che mi affiorano alla mente dopo le prime iniziative informative e di approfondimento che attraverso il Coordinamento Pisano per la Rotta Balcanica stiamo portando avanti insieme ad una quindicina di realtà tra associazioni, movimenti ed organismi pastorali. Appuntamenti che hanno visto la partecipazione in diretta on line di centinaia di persone ed il coinvolgimento di molte in iniziative di raccolta fondi, comunicazione ed informazione. 

 

“I migranti che non vogliamo vedere” e “La rotta balcanica: dove finisce l’Europa?” (entrambe le conferenze disponibili sul profilo Facebook Acli Provinciali di Pisa) hanno permesso di comprendere più da vicino attraverso testimonianze dirette di cooperanti, reporter, europarlamentari e docenti universitari, la vergognosa situazione di emergenza che i migranti provenienti dal Medio Oriente stanno continuando a vivere lungo i confini sud orientali dell’Europa, ammassati in migliaia in campi profughi ufficiali ed ufficiosi (si legga l’editoriale “Il mondo è anche di chi cammina” pubblicato precedentemente). 

 

I racconti drammatici ascoltati di Bihac e Sarajevo mi convincono sempre più che l’opinione pubblica sia l'unico attore in gioco in grado di innescare un processo di inversione, facendo concretamente la differenza. Possiamo essere il sassolino che inceppa un ingranaggio vizioso, perverso e di morte. 

 

Questo tipo di gestione dei flussi lungo la Rotta Balcanica (ma potremmo estendere anche alla Mediterranea e a Gibilterra) non e' un caso, non nasce dal nulla. L'emergenza di affollamento ai confini orientali dell'Europa tenderà infatti a cronicizzarsi, ce lo dicono i nostri cooperanti. 

Sebbene l’instabilità in Medio Oriente sia l’origine primaria di moltissime partenze, la gestione dei muri aggrava enormemente le condizioni di vita di persone estremamente provate richiamando i pesi europei ad una responsabilità diretta. 

Gli egoismi dei singoli paesi dell’Unione, in questi anni, non hanno permesso la riforma del Regolamento di Dublino che definisce che il paese di approdo del richiedente asilo è   responsabile del procedimento della richiesta, rendendolo quindi responsabile della gestione complessiva fatta di identificazione, riconoscimento dello status di rifugiato, gestione delle vulnerabilità, attivazione di percorsi di inclusione sociale per gli aventi diritto, così come il rimpatrio volontario o forzato per i non spettanti.

 

I veti incrociati infatti hanno permesso in questi anni solamente piccole ed insufficienti sperimentazioni di redistribuzione tra i paesi europei degli arrivi, dettate per lo più da singole contingenze volontarie, che garantissero una migliore aderenza ai legittimi progetti migratori delle persone, mancando al momento un meccanismo evoluto, automatico ed obbligato per i paesi aderenti di redistribuzione degli arrivi. 

 

L'UE gioca quindi consapevolmente in difesa attraverso politiche sovraniste che su questo tema continuano ad essere maggioritarie per timore delle proprie opinioni pubbliche, favorendo accordi con paesi extra UE per frenare gli arrivi secondo logiche di contenimento attraverso la Bosnia o la Turchia a sud est, la Libia sul fronte Mediterraneo o il Marocco sul confine di Gibilterra.  

La rotta Balcanica e' sempre esistita dalla caduta del blocco sovietico (ed anche prima), ma con l'accordo del 2016 che l'UE ha stipulato con la Turchia in risposta alle colonne di siriani (e non solo) che fuggivano dalle guerre, si decise di bloccare i migranti al confine con la Grecia e tutto si è aggravato... 

Ai neopaesi europei di confine come la Croazia o la Bulgaria, e ancor più ai paesi che aspirano ad entrare come la Bosnia e la Turchia, è stato affidato il lavoro sporco con la volontà politica di gestire i flussi esternalizzando i controlli e finanziando la repressione.

 

Possiamo quindi affermare che le politiche indotte dal Regolamento di Dublino, fondate sull’accezione di un’Europa da difendere come fortezza assediata, spingano ad una deresponsabilizzazione dei paesi aderenti non direttamente coinvolti verso politiche di cooperazione in tema di accoglienza ed integrazione, lasciando nei fatti i paesi di confine in balia di se stessi. Ciò diviene quindi causa ed effetto proprio dalle paure dell'opinione pubblica europea e di un'Europa purtroppo ancora politicamente incompiuta, imbrigliata dagli egoismi dei governi nazionali. 

E' vitale e necessario quindi comprendere la complessità per riconoscere cosa stia succedendo, così da organizzare una forte pressione sui governi affinché si impegnino sulla stabilizzazione in Medioriente e su un nuovo approccio alle migrazioni rispetto a quello odierno di tipo securitario. 

Finché i cittadini europei non saranno consapevoli del loro potere di cambiare, i governi nazionali e le istituzioni europee continueranno a fare grandi proclami sui diritti umani plaudendo di facciata ai cooperanti impegnati a tamponare le ferite e delegando il lavoro sporco ad altri paesi che possono permettersi di farlo. Questi ultimi rimanendo a loro volta influenzati, chi più chi meno in base al grado di democratizzazione dei propri sistemi politici, dalle loro stesse opinioni pubbliche anch'esse impaurite. 

 

E’ necessario quindi accrescere la consapevolezza dell’opinione pubblica per richiedere nell’immediato con forza innanzitutto una soluzione dell’emergenza umanitaria che si è venuta a creare attraverso l’apertura in Bosnia (come in Libia) di corridoi umanitari, ricollocando tra i paesi i circa 9000 migranti in transito ed oggi bloccati in Bosnia di cui solamente 5500 hanno trovato una sistemazione nei campi profughi ufficiali. 

 

Al contempo è necessario che la consapevolezza dell’opinione pubblica porti a richiedere con altrettanta forza, e scevri da paure di ogni sorta, che si lavori con convinzione ad un superamento delle attuali norme dettate dall’Accordo di Dublino così da favorire politiche che strutturino un meccanismo obbligatorio ed automatico dei ricollocamenti e da favorire l’emersione dei flussi oggi illegali attraverso l’apertura di corridoi umanitari gestiti direttamente delle istituzioni europee con l’ausilio di una protezione civile europea. Ciò permetterebbe di far franare il terreno sotto i piedi ai mercanti di esseri umani oltre che richiamare i paesi europei ad una responsabilità comune. 

Infine nel caso italiano predisporre politiche volte al superamento della Legge Bossi Fini favorendo nei fatti un accesso legale oggi delegato quasi ed esclusivamente alle richieste di asilo.      

 

Pisa, 1 aprile 2021

 

Paolo Martinelli 

presidente Acli Provinciali di Pisa aps

 

 

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